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Come avere denti e gengive sane?

Studio Bergamaschi Gilardoni, dentista a Treviglio (BG)

Settembre è ormai giunto e l'estate pian piano sta purtroppo volgendo al termine. Per ridurre le potenziali infiammazioni è necessario, secondo gli esperti, fare scorta di vitamine. Anche le scelte a tavola contribuiscono quindi a mantenere la nostra bocca in buona salute. Per ridurre le possibilità di ritrovarsi con un'infiammazione gengivale, una grave sensibilità dentale o una semplice alitosi arrivano in nostro soccorso alimenti come peperoni, ribes, ananas, rucola e sgombro.

Le vitamine contenute in questi cibi sono infatti preziosi antiossidanti, capace di incoraggiare il rinnovamento del tessuto connettivo. Curare l’alimentazione, tuttavia, è soltanto uno dei comportamenti corretti da seguire se si desidera stare alla larga dai più comuni disturbi parodontali. Per avere una bocca in salute è importante curare l’igiene orale e adottare una corretta tecnica di spazzolamento. Occorre misurare la forza evitando, in questo modo, di irritare e infiammare le gengive.

Fondamentale è ormai utilizzare lo scovolino o il filo interdentale, eliminando così eventuali residui di cibo. Per una corretta salute della bocca, infine, sì a collutori specifici, dopo aver chiesto consiglio al proprio dentista. Fare dei risciacqui una volta al giorno non soltanto disinfetta l’irritazione ma dona anche freschezza a tutta la cavità orale. Adottare uno stile di vita sano, caratterizzato da una costante attività fisica e dall’abbandono di abitudini scorrette, tra cui il fumo, favorisce ulteriormente uno stato di benessere completo della bocca, denti e gengive comprese.

Stringere i denti? Un segreto da campioni!

Denti e sport, connubio perfetto. Le ricerche hanno dimostrato che le buone prestazioni in pista partono dalla bocca. Se le arcate dentarie coincidono perfettamente non si evitano solo i disturbi muscolari, ma i risultati sportivi crescono sensibilmente. Nel mondo delle gare motociclistiche è ormai d’uso comune tra gli atleti il bite, una placca in resina posta nel punto di contatto tra le mascelle che rende più stabile e meno fastidioso serrare i denti.
Quello universale migliora la forza massima del 2,4 % e diminuisce il lavoro dell’1,2%. Nel motociclismo il bite è in uso da tempo. Andando in moto le diverse sollecitazioni a cui è costretto l’atleta, posture scorrette comprese, portano a scaricare il peso della tensione sulle mandibole e a serrare i denti in maniera spesso pericolosa. Un fenomeno che viene chiamato bruxismo ed è capace di provocare diversi disturbi: affaticamento dei muscoli della mandibola e del collo, aumento della stanchezza, mal di testa e usura dei denti. Grazie al bite, invece, c’è un maggiore rilassamento delle fasce nervose e muscolari. Il bite non funziona solo sulle due ruote.
Una ricerca realizzata dall’Università Bicocca di Milano e dal centro Isokinetic condotta da Alessandro Beraldi, consulente del reparto di Posturologia Sportiva dell`Università Bicocca, ha analizzato i risultati su cinque atlete del Basket Carugate, squadra che milita nella serie A2 femminile. Tra schiacciate, muri e difese, le atlete con il bite miglioravano le proprie prestanzioni. Come per quelli utilizzati in odontoiatria, il bite per uso sportivo può essere modellato anche “su misura” in maniera da aderire perfettamente alla dentizione grazie ad uno speciale materiale termoplastico realizzato con due mescole, una più morbida ed una a diretto contatto con i denti.

Dentista a Treviglio

Il dentista è la soluzione

Mal di denti, è il dentista la soluzione non l’antibiotico

Spesso di fronte ad un mal di denti si preferisce ricorrere al proprio medico di famiglia o al farmacista piuttosto che interpellare il proprio dentista di fiducia. La conseguenza è uscire dallo studio del proprio medico con una prescrizione di un antibiotico che in molti casi si rivela inefficace.

Ma l’uso smodato di antibiotici, oltre a non risolvere il problema (dolore), favorisce il rischio di antibiotico resistenze.
L’uso indiscriminato degli antibiotici associato o meno al loro sottodosaggio, spiegano i Dentisti ANDI, favorisce l’insorgenza di resistenze agli antimicrobici con la conseguenza che alcune infezioni non si concludono con una sola terapia antibiotica.
La conferma arriva da una ricerca del British Journal of General Practice che ha monitorato circa 300 mila visite dentali effettuate presso il medico di famiglia tra il 2004 e il 2013 riscontrando che nel 57% dei casi sono stati prescritti antibiotici.
Però molti disturbi odontoiatrici che comportano dolore non sono da trattare con antibiotico ma con terapie odontoiatriche specifiche. Le cure che un paziente con mal di denti può ricevere da un medico generico attraverso dei farmaci non portano benefici risolutivi e a lungo termine possono aggravare la situazione perché il disturbo vero si trascina nel tempo.
Nel caso di mal di denti la visita dal proprio dentista di fiducia è la soluzione ideale ed anche nel caso il dentista decidesse di prescrivere una terapia antibiotica, questo lo farà avendo valutato con attenzione il tipo di infezione odontoiatrica presente, gli agenti batterici che l’hanno scatenata e dopo eventualmente aver rimosso il problema scatenante.
Ma la soluzione più utile per evitare il dolore è mantenere in salute bocca e denti con una accurata igiene domiciliare e visite regolari preventive dal proprio dentista.

Dentista Treviglio | Arrossamenti e tumefazioni: ecco come si manifesta la gengivite

Gengive arrossate, che si retraggono, che fanno male al tatto o che sanguinano, anche poco, quando le spazzoliamo o quando passiamo tra un dente e l’altro il filo interdentale: sono i sintomi della gengivite, l’infiammazione del tessuto che riveste il colletto dei denti e forma le arcate dentarie, la gengiva.

La causa più frequente all’origine di questo disturbo è la presenza di placca batterica sottogengivale che scatena la reazione del sistema immunitario, dando vita allo stato infiammatorio tipico della gengivite. Oltre alla placca batterica, altre sono le condizioni che possono causare questo disturbo: l’assunzione di determinati farmaci, malnutrizione, lesioni traumatiche, presenza di virus e funghi, predisposizione genetica. E ci sono poi alcuni fattori che possono favorire l’insorgenza di gengiviti: tra questi ricordiamo l’abitudine al fumo, la presenza di alcune malattie come cancro, il diabete, e Hiv e le variazioni ormonali (nella donna).

Sebbene, in caso di gengiviti iniziali o di lieve entità, i sintomi possano essere leggeri e pressoché trascurabili, è bene non sottovalutarli e farsi visitare da un dentista di fiducia che indicherà la strada migliore da seguire per risolvere la condizione: in questo modo si eviterà che il processo infiammatorio a carico della gengive si aggravi. Se trattata, infatti, la maggior parte delle volte la gengivite regredisce senza lasciare problemi; se, al contrario, non viene curata, può evolvere in affezioni più gravi come gengiviti ricorrenti, ascessi e parodontiti (processi infiammatori più profondi che possono arrivare a provocare la perdita dei denti).

Sono cinque le attività di prevenzione quotidiana che ciascuno di noi può svolgere per ridurre al minimo il rischio di gengiviti: lavare i denti dopo ogni pasto; utilizzare un dentifricio specifico; utilizzare il collutorio in abbinamento alla quotidiana igiene orale; eseguire quotidianamente il controllo del bordo gengivale per individuare precocemente segnali di allarme come gonfiore o sanguinamento a carico delle gengive, al fine di intervenire al più presto per ristabilire il benessere di gengive e bocca; effettuare periodiche visite dal dentista per valutare la salute del cavo orale.

I nostri denti risalgono a pesci vissuti 400 milioni di anni fa

La nostra struttura dentale avrebbe avuto origine nei primi pesci con mascella i quali sono sorti, evoluzionisticamente parlando, 400 milioni delle fa. È questo l’interessante risultato di un team internazionale di ricercatori che hanno “dissezionato” digitalmente i fossili più primitivi mai individuati di pesci a mascella per analizzarne i denti.
In particolare hanno analizzato un fossile trovato nei pressi di Praga poco più di 100 anni fa e sono giunti alla conclusione che siamo discendenti di questi pesci così come altre sessantamila specie viventi di vertebrati mascellari, tra cui varie altre specie di pesci, mammiferi, anfibi, rettili e uccelli.

I ricercatori, utilizzando il sincrotone europeo in Francia, la fonte di raggi X più brillante mai costruita, hanno eseguito analisi con una tecnica mai utilizzata prima con la quale sono riusciti “sbirciare” all’interno dei fossili in 3D senza danneggiarli e senza staccare le ossa fossilizzate dalle rocce che le racchiudono.
Il pesce che hanno analizzato faceva parte degli acantotoraci (Acanthothoraci), vissuti durante il devoniano inferiore (tra 395 e 380 milioni di anni fa).

Si tratta di pesci per i quali abbiamo pochissimi i fossili e quei pochi che abbiamo sono molto delicati e vengono soprattutto da un’area che appartiene oggi alla Repubblica Ceca, un’area fatta di rocce che hanno poco più di 400 milioni di anni, proprio il periodo giusto in cui sono vissuti questi pesci.
Gli scienziati hanno conseguito risultati “davvero notevoli” nell’analizzare la dentatura di questi fossili riuscendo ad individuare e scansionare addirittura gli spazi cellulari, tra l’altro perfettamente conservati, che si trovavano all’interno della dentina dei denti di questi pesci.

“Questi risultati cambiano tutta la nostra comprensione dell’origine dei denti”, spiega Per Ahlberg, professore dell’Università di Uppsala e uno degli autori dello studio il quale aggiunge: “Quando sorridi allo specchio del bagno la mattina, i denti che ti sorridono possono risalire le loro origini fino ai primi vertebrati mascellati”, ossia pesci vissuti più di 400 milioni di anni fa che per qualche ragione evolutiva hanno sviluppato denti e mascelle come i nostri.

 

Fonte: notiziescientifiche.it

Dentista a Treviglio | Bruxismo, l’ansia che spacca i denti. Segnali e consigli per evitarlo

“STRINGI I DENTI!”. E, in effetti, non solo per modo di dire, i denti si stringono quando siamo sottoposti ad uno stress prolungato. È il bruxismo, un disturbo in continuo aumento, di cui soffrono in Italia circa 15-18 milioni di persone, inclusi i bambini, caratterizzato da iperattività dei muscoli masticatori. “I denti dovrebbero entrare in contatto tra loro solo durante la masticazione dei cibi e, occasionalmente, durante la deglutizione mentre in caso di bruxismo si toccano in modo anomalo attraverso il digrignamento, cioè lo sfregamento forte, oppure attraverso il serramento che provoca la contrazione dei muscoli all’angolo della mandibola” spiega Fabio Carboncini, presidente dell’Accademia Italiana di Odontoiatria Protesica.

Il problema è nella testa. La notizia è che gli specialisti sono oggi convinti che non dipenda affatto, come si riteneva, da un problema di malocclusione o comunque dell’apparato masticatorio; ora la ricerca ha chiarito che si tratta di una patologia collegata al sistema nervoso centrale: “Infatti – prosegue Carboncini – tra i fattori predisponenti ci sono la tensione nervosastress e ansia e, persino, il senso di competizione nello sport. Non solo: digrignare i denti di notte influenza la qualità del sonno perché è spesso associato agli scatti improvvisi delle gambe. A favorirne la diffusione sono anche i ritmi di vita sempre più stressanti e alcuni comportamenti a rischio, quali il fumo o il consumo di alcolici; fra i giovani, inoltre, può manifestarsi come effetto secondario di alcune droghe sintetiche, come l’ecstasy.

Anche nei bambini. Il disturbo si presenta sempre più spesso anche nei bambini sin dall’eruzione dei primi denti: “Nei piccoli rispecchia molte volte un normale processo di sviluppo del sistema nervoso centrale per cui si può considerare fisiologico almeno fino ai 12 anni”, chiarisce Carboncini. Attenzione, però, perché può essere il segnale di uno stato di disagio psicologico magari legato alle ansie scolastiche o sportive. Inoltre, recenti studi hanno appurato che si associa spesso anche alla presenza di apnee notturne per cui, oltre che andare dall’odontoiatra, gli esperti consigliano di fare anche una visita dall’otorino-laringoiatra.

I segnali spia del bruxismo. Ad accorgersi del disturbo, infatti, può essere in primo luogo l’odontoiatra che, controllando la bocca, si accorge dell’usura dei denti e può osservare se si gonfiano i muscoli della mandibola o se c’è un iper-sviluppo dei muscoli masticatori. “Inoltre – aggiunge lo specialista – ci possono essere dei segni in bocca, come la linea alba cioè una ipercheratinizzazione delle guance oppure ancora la forma dell’arcata ‘stampata’ sulla lingua dovuta proprio al digrignamento dei denti”. Gli altri principali segnali spia sono la sensazione di tensione mandibolare al risveglio o di dolore dentale e la ricorrenza di cefalee muscolo-tensive. Per una diagnosi accurata, a volte si ricorre anche alla polisonnografia, un esame che serve a valutare l’aspetto del sonno in generale ma può essere utile anche per intercettare le attivazioni muscolari della mandibola mettendo degli elettrodi anche a livello dei muscoli masticatori.

Gli “effetti collaterali”. Perché il bruxismo non è solo un fastidio, magari per chi dorme accanto. Può avere conseguenze. Un’anomala usura dei denti e la presenza di scheggiature sia della dentatura naturale sia di lavori odontoiatrici come corone, intarsi, faccette e otturazioni. Spesso poi compaiono anche indolenzimento nella zona delle tempie, della mandibola e dei muscoli masticatori che, lavorando in continuazione senza motivo, vanno incontro a contratture che possono provocare cefalea muscolo-tensiva anche perchè la contrazione dei denti si accompagna a quella di collo e spalle.

Consigli. I consigli per evitare questi effetti sono molto generici: meno alcol, fumo e caffè, soprattutto la sera, ritmi più rilassati e una buona qualità del sonno sono tutti fattori che aiutano ad allentare la tensione sui muscoli masticatori e il loro sovraffaticamento. Ma se gli adulti sono rassegnati a ritmi frenetici e ansie da vita quotidiana, gli esperti ammoniscono a preservare i bambini. E trovare il modo di allentare le loro tensioni.

Dentista Treviglio | Dal dentista in gravidanza: le regole da seguire

I problemi a denti e gengive non risparmiano nemmeno le donne in gravidanza, anzi. Secondo l’American College of Obstetricians and Gynecologists ben il 40% delle future mamme deve affrontare una gengivite, una carie o una parodontite durante i mesi della gestazione. L’eventualità potrebbe sollevare giustificati timori. Le infezioni, come quelle associate agli ascessi, espongono a dei rischi sia la mamma, sia il bambino, aumentando la probabilità di avere a che fare con preeclampsia, parto pretermine e aborto. La gengivite, invece, può trasformarsi in parodontite, un disturbo che secondo alcuni studi aumenta il rischio di nascita pretermine e sottopeso. Cosa fare in questi casi?

I timori che sottoponendosi a cure dentistiche si possa mettere a repentaglio la salute del bambino sono da mettere da parte. Le conseguenze di una gengivite o di un ascesso non adeguatamente curato potrebbero essere di gran lunga più gravi rispetto a quelle del trattamento, che per di più viene oggi effettuato utilizzando strumenti che limitano al massimo il possibile coinvolgimento del bambino. Anche nel caso in cui fosse necessaria una radiografia l’uso di opportuni schermi che proteggono collo e addome bloccano pressoché tutte le radiazioni che potrebbero raggiungere il bimbo.

Tuttavia, anche per quanto riguarda la salute dei denti in gravidanza vale la regola secondo cui prevenire è meglio che curare. Le donne che progettano di avere un bambino dovrebbero prestare particolare attenzione al benessere di denti e gengive, in modo da ridurre al minimo l’insorgenza di problematiche che potrebbero essere favorite dalla predisposizione familiare o dai cambiamenti ormonali tipici della gravidanza, come, appunto, la gengivite. I consigli sono piuttosto semplici e facili da mettere in pratica: lavarsi i denti dopo ogni pasto, usare il filo interdentale almeno una volta al giorno e, eventualmente, utilizzare collutori senza alcol e spazzolini per eliminare anche i batteri presenti sulla lingua; sottoporsi a visite di controllo regolari, senza trascurare l’importanza di trattamenti periodici di ablazione del tartaro; curare l’alimentazione, evitando i cibi appiccicosi e preferendo frutta fresca e secca, verdura e formaggi. Anche le gomme da masticare, che stimolano la produzione di saliva, possono essere d’aiuto. In alternativa, anche un bicchiere d’acqua alla fine dei pasti aiuta a eliminare i residui di cibo e a neutralizzare gli acidi della placca.

Dentista a Treviglio | Quando i problemi ai denti diventano una “spia” del diabete

Tra i problemi ai denti e il diabete esiste una stretta correlazione, ancora poco considerata: gli esperti di diverse società e associazioni scientifiche – Associazione medici diabetologi, Società italiana di diabetologia, Società italiana di parodontologia e implantologia (Sidp) – lanciano l’allarme in occasione della Giornata mondiale del diabete, in programma il 14 novembre.

In Italia 5 milioni di persone soffrono di diabete o prediabete e il 30-40% è colpito anche da una forma di malattia parodontale, che può comportare un aggravamento del quadro clinico e un peggioramento della salute generale. Circa 1,5-2 milioni di italiani convivono sia con il diabete sia con la parodontite, un’infiammazione dei tessuti che sostengono il dente e in particolare l’osso alveolare, il cemento che riveste la radice del dente, la gengiva e il legamento parodontale.

Come dimostrano gli studi più recenti, un diabetico ha infatti un rischio 3 volte più elevato di sviluppare un’infiammazione alle gengive o di vederla peggiorare.

La maggior parte dei pazienti non è consapevole della possibile correlazione tra parodontite e diabete. La parodontite può far salire l’emoglobina glicata, indice di un peggior controllo glicemico, aumentando così il rischio di diabete. Avviene infatti che, in presenza di parodontite, i batteri del cavo orale attraverso la circolazione del sangue possano raggiungere numerosi organi, innescando pericolose reazioni infiammatorie. La parodontite porta con sé un aumento della produzione di citochine infiammatorie che potrebbero contribuire all’insulino-resistenza, un incremento degli acidi grassi liberi e un calo della produzione di ossido nitrico nei vasi sanguigni,” spiega Alessandro Crea, coordinatore della Commissione editoriale della Sidp e docente di parodontologia.

Recenti pubblicazioni da parte della Federazione europea di parodontologia e dell’Accademia americana di parodontologia confermano come i pazienti che sono già affetti da diabete abbiano una probabilità più alta di soffrire anche di parodontite e di rispondere peggio alle cure odontoiatriche, soprattutto se non c’è un buon controllo della glicemia: ciò perché i diabetici hanno una reazione alterata nei confronti dei batteri, fra cui quelli responsabili di gengiviti e parodontiti presenti nella placca che si deposita attorno ai denti; inoltre, altri fattori come radicali liberi e citochine possono accrescere l’infiammazione anche a livello dei tessuti parodontali.

Nel caso in cui venga diagnosticato il diabete è necessario fare subito una visita dal parodontologo e sottoporsi a un regolare monitoraggio, per cercare di intercettare la malattia prima che si manifesti o per cercare di rallentarne o bloccarne lo sviluppo. Basti pensare che in alcuni casi curare la parodontite può migliorare i valori di emoglobina glicata tanto quanto una terapia farmacologica. Allo stesso modo, una volta rilevato un problema di parodontite, il supporto continuativo da parte di un parodontologo è fondamentale: l’esperto può infatti accorgersi di manifestazioni orali e segni di prediabete ancora prima che il paziente ne sia al corrente. Un’accurata igiene orale e costanti visite di controllo e di trattamento della parodontite possono perciò aiutare nella prevenzione e nella diagnosi precoce del diabeteE’ fondamentale portare avanti un’opera di prevenzione quotidiana che parta da un’attenzione costante alla corretta igiene orale, primo strumento per proteggere le proprie gengive e tenere lontani i disturbi gengivali“.

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Chewing-gum sì, ma non al posto dello spazzolino

Sì all`uso di gomma da masticare, a patto che non sostituisca lo spazzolino da denti. Vietato invece  arrendersi al pianto dei bebè concedendo ciucci cosparsi di zucchero. Sono queste due delle linee guida nazionali per la promozione della salute orale in età evolutiva, diffuse dal ministero del Welfare.
L`iniziativa prende le mosse dalla significativa incidenza di problemi ai denti registrata in Italia. I più esposti sono i bambini: la carie colpisce oggi il 44% di coloro che hanno meno di dodici anni.
Il documento, elaborato assieme a pediatri, odontoiatri, igienisti, neonatologi e associazioni dei genitori, oltre all`uso di zucchero sul ciuccio per quietare i bimbi, proibisce anche biberon pieni di bevande dolci estranee ai bisogni nutritivi.
Possibile invece l`uso di chewing gum: sono un aiuto perché stimolano, durante i primi minuti di masticazione, la secrezione salivare, aumentando i meccanismi di difesa. La saliva, infatti, è un`arma di prevenzione naturale: contiene antimicrobici (lisozima, perossidasi) e immunitari (IgA secretorie) che agiscono in maniera combinata contro la flora che causa la carie. Attenzione però: in nessun caso le gomme da masticare possono sostituire l`uso dello spazzolino da denti, specie dopo i pasti. Si consiglia inoltre la sigillatura dei solchi e delle fossette dove il cibo può fermarsi.
La bocca dei neonati è sterile e solo successivamente viene contaminata da ceppi batterici. Questi corrispondono esattamente a quelli rintracciati nella saliva delle madri. La salute orale dei figli deriva quindi anche dalle condizioni igieniche della madre. È però possibile controllare e prevenire il rischio di trasmissione riducendo la concentrazione salivare materna di Streptococcus mutans (un batterio del cavo orale) con la somministrazione di fluoro dai 6 mesi ai tre anni d`età e di clorexidina.
Le linee guida del ministero del Welfare si inseriscono nel solco degli obiettivi posti dall`Oms (Organizzazione mondiale della sanità), secondo cui, entro il 2010 il 90% dei bambini di età compresa tra i cinque e i sei anni dovrà essere privo di carie e gli adolescenti fino ai 18 anni non dovranno presentare perdite di denti dovute a carie o malattia parodontale.

sbiancamento dentale

Da cosa dipende la gradazione di colore dei denti?

La gradazione di colore dei denti è differente per ogni persona perché è determinata geneticamente. Questa può tendere maggiormente al bianco, al giallo oppure al grigio. Il colore, poi, può subire leggere variazioni in base alla presenza di placca e tartaro e di macchie dovute a nostre cattive abitudini, agli alimenti, a malattie o a medicinali assunti. Sui denti possono comparire essenzialmente tre tipi di macchie:

  • le macchie esterne, dovute alla penetrazione nella struttura dello smalto di pigmenti provenienti dai cibi o bevande. Tra le sostanze che causano questo effetto, il caffè, il tè scuro, il vino rosso, la nicotina e altre sostanze contenute nel fumo di tabacco hanno la capacità di colorare le superfici dentali e con il tempo scuriscono visibilmente i denti. Anche l’utilizzo prolungato di collutori contenenti clorexidina può scurire lo smalto.
  • Le modificazioni del colore possono essere dovute anche a macchie interne alla struttura del dente, dovute ad esempio ad anomalie nella mineralizzazione dello smalto, a un’assunzione eccessiva di fluoro durante l’infanzia, oppure all’uso di particolari farmaci durante la formazione dei denti permanenti.
  • Infine, anche il naturale processo di invecchiamento scurisce il colore dei denti: con il passare del tempo, infatti, la dentina, ossia il tessuto osseo che si trova all’interno dello strato di smalto, si ispessisce e tende ad ingiallire.

Sbiancamento professionale

Gli studi odontoiatrici oggi dispongono di materiali in grado di schiarire il colore dello smalto agendo in profondità, e ottenendo così risultati positivi sia sulle macchie estrinseche sia su quelle intrinseche. Si tratta di prodotti a base di perossido d’idrogeno o perossido di carbamide che penetrano nel tessuto duro del dente e agiscono direttamente sulle molecole del pigmento che ne ha scurito il colore. Lo sbiancamento in studio è un procedimento che si effettua in una sola seduta di un’ora circa: l’azione del gel applicato viene velocizzata dall’esposizione della dentatura alla luce di speciali lampade al plasma, laser o alogene.

Sbiancamento fai da te

Per schiarire il colore dei denti si possono usare i dentifrici sbiancanti reperibili in farmacia ed anche al supermercato: ovviamente l'effetto non sarà uguale a quello di uno sbiancamento professionale, ma questi prodotti contengono sostanze abrasive che per sfregamento, interponendosi tra la superficie del dente e le setole dello spazzolino, possono attenuare il colore delle macchie estrinseche, ma non di quelle intrinseche perché non hanno modo di agire all’interno della struttura del dente.

Controindicazioni

Gli interventi sbiancanti con sostanze abrasive non dovrebbero essere realizzati con spazzolini con setole troppo dure: per non erodere lo smalto, infatti, è bene non esercitare un’azione troppo energica e ricordarsi che spazzolare per due minuti è un tempo sufficiente per la pulizia dei denti.

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